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" Il deserto non si racconta, si vive… Il deserto è estremamente bello e puro, sconvolgente e magico, al tempo stesso… E' il deserto che mi ha insegnato la comunione con l'infinito misterioso. Il deserto è il mistero del vento che scaccia le dune davanti a sé e che dà loro le forme più starne con le linee più pure… Il deserto per noi nomadi è una passione profonda e assoluta, immagini che neppure la morte, un giorno, può avere il diritto di toglierci. Il deserto sembra eterno a colui che lo abita e offre questa eternità all'uomo che saprà legarvisi."
Queste le parole di "Sono nato con la sabbia negli occhi", un bel libro consigliatomi lo scorso anno, al ritorno del viaggio in Mali; è un libro di un tuareg, un grande tuareg, Mano Dayak, originario dell'Air, ai bordi del Ténéré, uno dei principali artefici nella pace in Niger, scomparso nel 1995 per un incidente aereo. Le sue sono parole magiche, parole di un uomo innamorato del deserto e capace di evocare in chi lo legge lo spirito e il mistero di una terra e di un popolo…
27/12/2004 mezzanotte Quattro tuareg con il caratteristico taguelmoust, la lunga striscia di stoffa che infonde loro un'aureola di indaco, se ne stanno accovacciati su un marciapiede dell'aeroporto di Sebha dove sono appena sbracato con altri sedici turisti. Ci guardano in silenzio mentre prendiamo posto sul piccolo bus che viene a poco a poco caricato di tutti i bagagli. Poi il bus si muove e loro continuano a guardarci immobili. Sono in viaggio da ormai venti ore, eppure non sono molto lontano da casa… Il bus sfreccia sulla strada per Germa, domani inizieremo un viaggio affascinante che ci condurrà attraverso i paesaggi lunari dell'Akakus, i panorami selvaggi ed incontaminati dei deserti di Wan Kaza e Murzuq e gli incantevoli laghi fra le dune di Ubari.
28/12/2004 La guida che ci accoglie la mattina mi lascia stupito: è Barka un tuaregh che studia a Siena e tutti gli autisti del nostro convoglio sono del suo villaggio. Ho letto che trascorrere qualche giorno nel deserto in compagnia dei tuaregh può rivelarsi un'esperienza stupenda ed indimenticabile, ora potrò sperimentarlo di persona. Le cinque Toyota 4x4 prendono la strada e lasciano Germa l'antica capitale dei Garamanti, popolo fiero e misterioso che nessuno riuscì mai a sottomettere. Tennero lontani dal Sahara anche i Romani e per questo nelle antiche mappe dell'Africa, oltre la costa, appariva solo la scritta "hic sunt leones". Ubari, dove facciamo sosta per ritirare i passaporti con la convalida del visto, è famosa per la sua moschea tuaregh, risalente ai primi dell'XIX sec. e per una cruenta battaglia di cui fu teatro nel 1914, all'inizio della colonizzazione italiana. A Ubari reclamiamo anche noi lo shèsh (o taguelmoust) quindi invadiamo la bottega di un sarto che con estrema calma ci fornisce metri e metri di stoffa per il nostro copricapo. Chi è già stato in Africa sa che il turbante tuaregh è estremamente pratico e utile contro il freddo e la polvere; ma secondo la tradizione degli "uomini blu" dovrebbe servire anche ad evitare che gli spiriti maligni si introducano nel cuore attraverso il naso o la bocca. Ahmud, il nostro cuoco, ci aspetta per un primo pranzo fra le dune, alcune piccole gobbe fra la strada che conduce a Ghat e l'altipiano del Messak Settafet, massiccio di arenaria lungo 300 chilometri. Verdure e tonno, un formaggio molto buono che sembra yogurt, acqua e succo di frutta sono il nostro primo pasto che ci fa sentire più vicini agli abitanti del deserto. Poi segue la prima passeggiata sulle dune rapiti dal silenzio e dal nulla che ci circonda. Riprendiamo il viaggio, la strada prosegue rettilinea e a rompere la monotonia del viaggio ci sono solo le automobili che lampeggiano a salutare chi viaggia in senso opposto. Prima del tramonto compare alla nostra destra il profilo inquietante del Djebel Idinen, la montagna degli spiriti, un massiccio isolato appartenete morfologicamente all'Akakus, che secondo le leggende tuareg sarebbe abitato da spiriti e demoni. La leggenda è dovuta ai terribili schianti prodotti dalla rottura di grandi masse di roccia che rotolano a valle giorno e notte; rumori che sembrano appartenere al mondo degli uomini e invece provengono da quello geologico e minerale. Mi colpiscono gli enormi monoliti che si innalzano a strapiombo sulla scarpata: il tutto dà un senso di potenza e l'aspetto di una fortezza inespugnabile. La giornata di sole che sta per finire si porta con sé un vento fastidioso che costringe Barka a cercare un posto riparato per la notte. Ci accampiamo così ai piedi della montagna degli spiriti, nel letto di uno uadi a sud-ovest del massiccio. E' la prima notte di campo, con la temperatura che scende all'improvviso appena il sole tramonta, fortunatamente sono attrezzato con maglioni e giacca a vento. Poi il buio ricopre ogni cosa e il cielo si accende di stelle; è uno spettacolo incredibile che ho già visto in passato ma che ogni volta mi lascia stupefatto. E mentre Ahmud serve un ottimo couscous, Barka e gli autisti sono già attorno al fuoco: cantano "Ténéré, Ténéré" , una litania infinita accompagnata dal ritmo delle dita su una tanica vuota, l'omaggio dei figli del deserto alla loro terra.
29/12/2004 Abbiamo lasciato gli autisti e la guida a smontare il campo, io e il resto della comitiva camminiamo ai bordi della strada per Ghat. Incominciamo a conoscerci meglio e ad instaurare quell'intesa che ci farà trascorrere una settimana magnifica. Con il gruppo c'è Sat, l'agente della polizia turistica che ci segue dal primo giorno e che non ci lascerà mai per scongiurare ogni possibile pericolo. La strada si snoda nell'uadi Tanezzouft, incassato fra le falesie del massiccio dell'Akakus, una vasta zona pianeggiante considerata il pascolo di Ghat, in cui vivono molti tuareg che allevano le loro mandrie di cammelli, capre e pecore. La rara vegetazione è costituita da cespugli isolati di tamerici e da acacie spinose. Un camionista ci offre un passaggio, chissà ha pensato che siamo rimasti a piedi. Ma ecco le macchine, accostano e ci fanno salire. Arriviamo a Ghat in una giornata di festa: domani inizierà la 10^ edizione del Festival delle arti e tradizioni popolari che vede il suo culmine nel "iloudjan foull imnas", un carosello di cammelli, durante il quale i tuaregh sfilano sulle loro selle, fieri e sontuosamente velati. In città c'è un via vai di turisti e di abitanti. Visitiamo la città vecchia, l'unica abitata in modo stabile e tradizionale dai Tuaregh che ne hanno fatto un importante centro di scambi di merci e di schiavi. I numerosi abitanti di colore, testimoniano ancora oggi, la presenza di schiavi al servizio dei padroni velati. La medina è un dedalo di viuzze strette e tortuose in cui si affacciano case costruite con mattoni cotti al sole e legati con il fango. In cima ad un viottolo a gradini si apre la piazza del sole, il Tafouk Abarach, le cui gradinate sono disseminate di macinatoi in cui le donne pestavano i noccioli dei datteri. Barka ci fa tornare indietro e in un cortile assistiamo ai preparativi per un matrimonio, fra i colori dei drappi di stoffa che ornano le pareti ed i rituali delle donne per portare la buona fortuna alla sposa. Per il resto il suk è quasi completamente disabitato; animano le viuzze solo poche famiglie e le botteghe dei gioiellieri. Ci dirigiamo verso la storica fortezza che sovrasta la città dalla sommità del monte Koukemen. Saliamo fino alle mura e scopiamo una meravigliosa vista sui sobborghi, sui palmeti e sui picchi dell'Akakus. Il minareto in stile sudanese di una delle tre moschee conferisce alla città vecchia un aspetto suggestivo. All'orizzonte ci fanno notare il posto di frontiera con l'Algeria e il nero profilo dei monti Tassili. Adesso possiamo andare al mercato: per almeno quattro giorni non vedremo che sabbia e questa è l'ultima occasione per rifornirci dei beni di "conforto" da cui noi non sappiamo mai privarci; così ci riempiamo di merendine, biscotti e bottiglie di acqua. Non ci scappano nemmeno i polli allo spiedo di una rosticceria del centro e un ultimo caffè espresso… siamo incorreggibili. Per il pranzo siamo sistemati nel letto sabbioso dello uadi Tanezzouft; ma che fanno gli autisti… si insabbiano. Ma ho capito: è un pretesto per farci divertire un po' a spingerli, ci scommetto. Riprendiamo il viaggio e presto la strada asfaltata finisce: alcuni posti di blocco annunciano la fine del nostro mondo e l'inizio del deserto silenzioso e con le sue rocce ardite, il suo infinito di dune sabbiose, i suoi religiosi silenzi. La pista segue lo uadi Ayadhar, un canyon tra muraglie imponenti di rocce che sembrano indicare la strada fra passaggi sabbiosi dove, non si sa come, sopravvivono cespugli di calotropo (in itamashek torha) e piante con piccole zucche rotonde dette alkhad (caloquintida o pomo amaro). Sovrasta tutte le falesie il picco dell'Ayadhar, che con i suoi 1480 m è la vetta più elevata dell'Akakus. Ma ecco che lo uadi si allarga, si apre e le dune dell'erg Takharkhori invadono la nostra strada: gli autisti iniziano un carosello fra le dune, lanciano i loro mezzi in impressionanti scalate per poi abbandonarsi nelle rapide discese. Il paesaggio che ci circonda è assolutamente favoloso: sabbia e sabbia e sabbia contornata da formazioni rocciose modellate nei modi più strani. E' qui che passeremo la seconda notte, sotto una duna dalla cui sommità l'orizzonte spazia fino al Tassili algerino a cui il tramonto fa assumere i colori più caldi che vanno dall'arancio al rosso. La sera attorno al fuoco si consuma il rito tuaregh del tè ovvero il chai. Le foglioline sono fatte bollire tre volte per ottenere tè di concentrazione sempre minore. Preparato il primo tè "amaro come la morte", viene aggiunta acqua alle foglie che hanno già dato, altro zucchero e solo un pizzico di nuovo tè rimescolando la bevanda fra una teiera a l'altra. Si ottiene il secondo tè, "forte come la vita". Poi ancora acqua, zucchero e menta ed ecco l'ultimo tè, "dolce come l'amore".
30/12/2004 La magia dei colori del tramonto si ripete all'alba: il sole a poco a poco scala la duna ad oriente ed invade quello che per una notte è stata la nostra casa. Con altri del gruppo siamo già pronti a partire ed imbocchiamo a piedi un passaggio fra le dune tenendo la nostra sinistra, come ci ha indicato Barka. Due corvi danzano su una duna mentre il letto di sabbia è cosparso di impronte di animali, segno che non siamo soli in questo deserto, ma che i nostri coinquilini sono estremamente riservati e non si fanno vedere. Ad ogni duna una scoperta nuova, un paesaggio che cambia e ci lascia disorientati ad osservare. Riprendiamo la pista sui nostri fuoristrada e giungiamo alla spaccatura dello uadi Atunek, dove sostiamo al posto di polizia. Risaliamo poi una grande duna: che sia la famosa duna del non ritorno? Sicuramente il passaggio non è facile e gli autisti più arditi vi si tuffano. Ai passaggi più delicati il convoglio si ferma ad spetta quelli rimasti indietro, ne approfittiamo per scattare centinaia di fotografie. Scendiamo nello Uadi Afaar e incontriamo altri fuoristrada ed altri turisti. Una carovana di cammelli trasporta i bagagli di un gruppo di francesi in trekking. Ad un tratto ci compare davanti l'arco di Fozzigiaren: maestoso, impressionante. Si stenta a credere che sia stato creato per caso dall'erosione dell'acqua e del vento: sembra scolpito da abili scalpellini e disegnato da un bravo ingegnere. Sostiamo ad ammirare meglio questa roccia e Barka, che oggi ha indossato una gandura ed uno shech color indaco, si fa fotografare con una caratteristica tabouka, la spada tuaregh. Riprendiamo la nostra via ed imbocchiamo lo uadi Teshuinat, un vallone meraviglioso, ramo fluviale principale dell'Akakus. L'alternarsi della sabbia rossa e delle rocce nere genera scenari stupefacenti, con combinazioni policrome che sembrano irreali. Lingue di sabbia che si insinuano nei crepacci scuri delle rocce, cumuli di sabbia appoggiati per miracolo alle pareti scoscese delle dorsali rocciose, pinnacoli di pietre nere che spuntano dalle sabbie, quasi ne fossero sputati. Ci fermiamo a vedere i primi graffiti: queste rocce sono vere e proprie "tele" dove gli uomini di migliaia di anni fa hanno scolpito e dipinto il loro mondo ancora verde e fertile. Gli studiosi dividono le pitture rupestri dell'Akakus in diverse epoche. Nel periodo della Grande Fauna o Bubalino (10.000-7.000 a.C.) l'uomo appare raramente e i graffiti sono eseguiti con stile naturalistico e segno profondo; nel periodo delle Teste Rotonde (6.500 a.C.) si assiste alla fioritura di un'arte pittorica, spettacolare per temi ed esecuzione, caratterizzata dalla presenza di figurazioni antropomorfe, con teste tondeggianti prive di ogni carattere somatico del volto. La terza fase(6.000-4.000 a.C) è quella detta Pastorale o Bovidiana con scene di vita quotidiana e pastorale accurate e piene di dettagli, segue la fase del Cavallo o delle Teste a Bastoncino (3.500 a.C.), per finire col periodo del Camelino con pitture di stile più rozzo e scritte in tifinagh, l'alfabeto tuaregh che pochissime persone riescono ancora a decifrare. Visitiamo la grotta di Tanshalt, con le figure a testa rotonda e numerosi siti di cui è ricco lo uadi Teshuinat. Dopo il pranzo raggiungiamo l'arco di Tin Ghalega, con la caratteristica forma a zampa di elefante, e raggiungiamo lo Uan Amil (o Mullul, in tamashek termite) con le sue figure che mettono in evidenza i profili e le acconciature dei personaggi oltre che a giraffe e personaggi in guerra. Concludiamo la giornata con una sosta a Tin Tararit con un bel elefante che sembra correre sulla parte rocciosa. Ripercorriamo quindi la pista a ritroso e raggiungiamo il pozzo Inn Hannia, crocevia delle piste verso Serdeles, Anai e l'erg di Wan Kaza, verso cui ci dirigiamo. Ci accampiamo sulle dune dell'erg e ci raduniamo attorno al fuoco. Questa sera i nostri autisti tuaregh preparano il taajeelah, il famoso pane che viene ricoperto di sabbia e cotto sotto la brace. Seguiamo con attenzione le fasi della preparazione ma, quando il pane dovrebbe essere cotto, sparisce misteriosamente: forse le nostre guide hanno sbagliato qualcosa!
continua ...
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