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31/12/2004 Partiamo e il paesaggio ancora si trasforma, dune e sabbia diventano sempre più rare, fino a lasciare il posto a una vasta spianata di rocce nere e frequenti gruppi di acacie spinose. Improvvisamente incrociamo la strada di una cisterna d'acqua che porta rifornimento ai pozzi petroliferi dell'altipiano. Anche noi abbiamo bisogno di acqua così facciamo rifornimento e gli autisti ne approfittano per gonfiare i pneumatici. Dopo due ore giungiamo alle porte del passo di Abahoa, annunciato da due imponenti torrioni ai lati della pista. E' qui che sostiamo per il pranzo. La torre che ci sta a fianco è un insieme di strati di roccia dai colori più diversi dal giallo ocra al rosso intenso. Prendiamo anche un campione di sabbia rossa, molto sottile. Poi sentiamo le macchine che sgommano e si allontanano in tutta fretta: una bombola del gas di Ahmud ha preso fuoco… Fortunatamente non ci sono spiacevoli conseguenze e dopo pochi minuti il nostro cuoco ci serve un ottimo pranzo. Come al solito non perdiamo tempo e ci rimettiamo in marcia: attraversato il passo inizia la desolazione dell'Hamada di Murzuq, costellata di rocce e decine di splendidi tronchi fossili. Attraversiamo alcuni uadi che si gettano nel Messak; sostiamo a vedere ancora dei graffiti, alcuni bovidi e un elefante in un sito solitario riparato da alcune acacie. Se ho scritto bene dovrebbe essere il sito di Inekhamud nello uadi In Aramas. Pochi chilometri e compaiono davanti a noi le dune dell'erg di Murzuq. L'Erg occupa il fondo di una ampia conca vagamente ellittica estesa per oltre 60.000 kmq e delimitata dal bordo roccioso del grande altopiano del Messak e dalla serie dei massicci montuosi del djebel Ati, del Djebel Ben Ghenema e del Djebel Harroij. Il geologo italiano Desio fu il primo uomo ad effettuare una ricognizione aerea del luogo, seguito poi dai francesi che nel 1944 inviarono una missione scientifica sotto l'egida dell'Istituto di Ricerche Sahariane. L'Erg di Murzuq non è il più esteso del Sahara ma è uno dei più compatti e soprattutto più aridi. I gassi (corridoi) tra una duna e l'altra, furono in epoche antiche delle immense lagune; a testimonianza di ciò si possono notare ancora oggi diverse linee di depositi sui fianchi. Le maestose dune di sabbia si susseguo a perdita d'occhio, alte 100-200 metri, di color giallo-arancio, ondulate e modellate dal vento assumono forme grafiche complesse e armoniose, a mezzaluna, a spada, a catene di gobbe, a cupola o a piramidi protese verso il cielo. Il bivacco tra le dune di Murzuq, che ci ospiterà per accogliere il nuovo anno, è un'esperienza unica: dal mare di sabbia provengono soffi e rombi, rumori del vento fra i cordoni, della sabbia in movimento. I Tuaregh raccontano di una città sepolta nel cuore dell'erg, forse l'Atlantide, ed associano i rumori agli spiriti dei suoi antichi abitanti.
01/01/2005 Dodicimila anni fa la conca occupata dalle dune del Murzuq era verde e i torrenti che scendevano dal Messak formavano dei bacini abitati. Le popolazioni si recavano sul Messak per le battute di caccia e, più tardi, per condurre le mandrie al pascolo ed in queste occasioni scolpirono le rocce. Lo uadi Mathendush è il punto di riferimento dell'arte rupestre sahariana: anticamente era un corso d'acqua lungo il quale abbondavano insediamenti umani. Sulle pareti rocciose che delimitano il suo percorso, lungo circa 12 chilometri, è facile trovare graffiti, raffiguranti giraffe, coccodrilli, struzzi, rinoceronti, elefanti, antilopi. Iniziamo il nuovo anno con una immersione nell'universo reale e mitologico di migliaia di anni or sono. Visitiamo per primo il sito di In Galghien, che in tamashek significa la pozza dei corvi; ci colpisce la grandiosità e l'efficacia con cui sono riprodotte le scene di caccia all'elefante: tecniche venatorie, ancora oggi utilizzate dai pigmei, si alternano a rappresentazioni di struzzi e di giraffe, oltre a un ippopotamo che ci induce ad immaginare un ambiente ricco di acqua e di vegetazione. In questo sito sono facilmente distinguibili anche i caratteri alfabetici tifinhag. Di epoca molto più recente si riferiscono a stadi antichi della lingua tuaregh; nella maggior parte dei casi si tratta di frasi estremamente semplici, che si trovano in corrispondenza dei punti di sosta delle carovane. Ci spostiamo quindi a Mathendush; i cinquanta metri della falesia dello uadi costituiscono lo scenario di uno spettacolare museo a cielo aperto. Questa sorta di santuario è dominato dalle figure di due animali immaginari, i Gatti Mammoni, che si fronteggiano eretti sulle zampe posteriori. La posizione aggressiva degli arti anteriori contrasta con i movimenti felini delle due figure, che si ergono in una specie di danza rituale; tra i due spiccano le incisioni di quattro piccoli struzzi. Sotto le due bizzarre figure si dispiegano altre opere di grande interesse artistico. Una giraffa con zampe poderose e collo forte è fronteggiata dal disegno di due cerchi, quello inferiore è formato da due cerchi concentrici raccordati da nove linee: basandosi sulle tecniche di caccia ancora utilizzate dalle popolazioni del Sudan meridionale, i ricercatori pensano che queste forme geometriche rappresentino una sorta di trappola per imprigionare l'animale. Questo, trattenuto da una pesante pietra, diveniva così più vulnerabile e gli uomini potevano facilmente attaccarlo con lance e pugnali. Probabilmente questa rappresentazione aveva la funzione di istruire i giovani e iniziarli alle tecniche della caccia. Più in là un possente coccodrillo preda un erbivoro, mentre, al suo fianco, si staglia un grande rettile, probabilmente un varano d'acqua. A Mathendush facciamo anche l'incontro con una graziosa rondine del deserto (in realtà è una Monachella Testabianca, Oenanthe leucopyga) dalla caratteristica testolina bianca: porta fortuna a chi la vede, dice Barka. Lasciamo lo uadi, ci dirigiamo verso nord e proseguiamo su un veloce reg lungo l'altopiano del Messak Settafet, è una corsa nel vuoto a 360° dove nulla interrompe la linea dell'orizzonte. Poi si torna alla civiltà: ad una trentina di chilometri da Germa inizia la strada asfaltata che prima corre sull'hamada, poi è tagliata artificialmente nella roccia e scende fino alla pianura sottostante. Germa ci appare prima del tramonto e sostiamo per un breve rifornimento. Seguiamo la strada asfaltata per pochi chilometri e poi ci rituffiamo nel mare di sabbia dell'erg di Ubari. L'ultimo campo sarà tra queste dune: le tende disposte in cerchio attorno al fuoco; sarà l'ultima notte con i nostri amici tuaregh, l'ultimo momento magico a cantare intorno al falò, ad ascoltare le leggende del deserto ad imparare i giochi fatti di niente, di segni fatti con le dita sulla sabbia.
02/01/2005 Dopo la solita splendida colazione iniziamo l'ultima galoppata nel mare di dune dell'Erg di Ubari. Siamo nella zona conosciuta come la Ramla dei Douada, una popolazione paleonegritica che per secoli visse riparata ed isolata in una delle regioni più inospitali del mondo, conducendo una vita povera ma indipendente, libera da ogni soggezione. I douada erano conosciuti come i "mangiatori di vermi"; si nutrivano infatti di datteri e di piccoli crostacei chiamati Arthemia Salina, una specie di plancton lacustre, molto abbondante sulle superficie delle acque dei famosi laghi Mandara, Um el ma, Mahfu, e Gabron che saranno le nostre tappe. Geologi e biologi si sono spesso interrogati sulla misteriosa presenza di questi laghi e ritengono che si tratti probabilmente di acqua sotterranea proveniente dai monti del Tassili algerino, oppure, secondo un'ulteriore ipotesi, che questi laghi rappresentino la testimonianza di un tempo in cui, settemila anni or sono, il Sahara era un mare e l'Arthemia un plancton marino preistorico. A mano a mano che ci si avvicina alla zona dei laghi, il paesaggio si trasforma. La sabbia non regna più incontrastata, la chioma di qualche palma comincia a fare capolino fra le dune e i cespugli verdi sono sempre più frequenti. Quando spunta il primo lago, il Mandara, ci rendiamo conto che è quasi completamene asciutto, le pozze d'acqua sono rare con il fondo bianco per l'alta concentrazione di sale. Il lago non è direttamente addossato alla duna, ma occupa una depressione ben marcata. Ai piedi della duna degrada una scarpata dove si trovano ancora gli antichi giardini, il palmeto e le misere zeriba del villaggio abbandonato. Pochi minuti e raggiungiamo il lago Um el Ma che significa "madre dell'acqua", probabilmente il più bello, piccolo e completamente circondato da palme e canneti, azzurro come uno splendido zaffiro, incastonato nell'oro delle dune che lo circondano. Contrariamente agli altri, l'acqua è sempre fresca e buona da bere e ne sono prova le rive disseminate di carcasse di pompe elettriche usate per il fabbisogno agricolo e umano. Per la prima volta dall'inizio di questo viaggio incontriamo dei venditori di prodotti di artigianato locale: monili d'argento, la caratteristica Croce di Agadez, un ornamento tuareg in argento a forma di croce con decorazioni in filigrana e piccoli pugnali dal manico di cuoio. Acquisto un grigri porta fortuna e un pugnale con la guaina di pelle di serpente. Non resistiamo ai colori del luogo e scattiamo belle foto di gruppo. La prossima tappa è il lago Mahfu, azzurrissimo, ma ci dicono che le sue acque hanno la caratteristica di cambiare colore a seconda delle ore del giorno. Proseguiamo verso il lago di Gabron, a soli 3 km di distanza. E' il lago più grande bordato da giunchi e palme con una grande duna a ridosso. Sulle rive del lago sorge il vecchio villaggio abbandonato; gli abitanti sono stati trasferiti negli anni '80 in nuovi insediamenti costruiti dal governo nella valle dell'Ayal. Accanto al paese in rovina, vi sono le zeriba di un campeggio, con annesso un punto di ristoro: qualcuno sta sciando sulle pendici dell'alta catena di dune che circonda il gasso; quando la temperatura esterna lo consente, è bello fare un tuffo nelle acque salate del lago, risciacquandosi poi nel vicino pozzo. Facciamo un ultimo allegro picnic a base di tonno e verdure e ci concediamo un po' di riposo al sole; non manco nemmeno un piccolo giro del villaggio abbandonato con la moschea ancora in ordine ed utilizzata. Barka ci dice che in alcuni periodi dell'anno non è difficile incontrare le donne douada praticare la pesca per il piacere di disporre di un piatto tradizionale da assaporare in occasione di ricorrenze e festività (si mormora dal potere afrodisiaco). L'attraversata delle dune dell'erg di Ubari in direzione di Sebha sono gli ultimi momenti di questo viaggio nel deserto, non certo i meno avventurosi. La nostra Toyota si insabbia più volte e noi siamo costretti a scendere e liberarla dalla sabbia. Quando arriviamo in città non abbiamo tempo per visitarla. Usciamo dal ristorante dove siamo per la cena, solo per cercare alcuni cd di musica locale. Sebha è la capitale della regione del Fezzan e ci appare come è una città moderna ricca di negozi e locali. Vorrei avere più tempo per conoscerla ma con il ritorno in città siamo anche ritornati ai ritmi serrati del viaggio. L'aereo per Tripoli ci aspetta: il deserto con il suo grande mistero, i suoi infiniti spazzi ed i suoi tempi dilatati è già lontano.
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