Il suono del telefono mi ha fatto saltare dal letto; sono passato di botto dal pranzo di Natale, che stavo sognando, al comodo letto dell'hotel Salam di Bamako. Il viaggio non è stato uno scherzo: da Milano a Casablanca, poi sei ore di attesa e quindi l'aereo per Bamako dove siamo arrivati alle 3 di notte. Sono poche ore ma mi sembrano un'eternità, un abisso, come il mondo che sta fuori al confronto alla vita a cui siamo abituati. Qualche secondo per rendermi conto poi mi raccapezzo: sono ancora in Africa, in Mali, a due anni dal bellissimo viaggio in Senegal; proprio li mi era venuta l'idea del Mali, dei Dogon, quel mitico popolo che vive su una sperduta scarpata ai confini del deserto e che conosce perfettamente tutto l'universo. Come è tardi: devo pigiare tutti i vestiti pesanti nella borsa e prepararmi all'avventura; balzo dal letto, che avrei ben presto rimpianto, ed eccomi nella hall dell'hotel in mega ritardo. I miei compagni di viaggio Fabrizio e Carlo, sono già in pista, hanno già cambiato il denaro e fatto colazione; c'è anche Simona. Chi è Simona? Ricordate in Senegal … bene, per la serie "non ci posso credere" , l'abbiamo ritrovata per caso nel nostro stesso gruppo in Mali! Antonella la "capa" ci sta cercando: si parte. 
Il nostro pulmino, stracarico di bagagli, parte alla volta del Museo Nazionale. Per noi è un fuori programma ma lo consiglio a tutti come prima tappa: nel

Hotel Salam a Bamako
Museo Nazionale di Bamako

museo è conservata una ricca collezione di maschere, statuette, suppellettili funerarie ed armi di tutte le etnie del paese. In mezz'ora saprete districarvi fra nomi come Bambara, Bozo, Peul (detti anche Fulani), Dogon, Malinke, Songhai un ventaglio di etnie che convivono pacificamente in Mali e che ben presto avrei imparato a distinguere. Un consiglio: non approfittate della spiegazione di una guida che non avete pagato; ne hanno fatto le spese due francesi che si erano "confusi" nel nostro gruppo: ma alle guide del museo non sfugge niente e nessuno. Non hai pagato non devi sentire.
Ecco la maschera Chi Wara, riconosco la testa di antilope; ho letto che viene indossata dai Bambara durante i riti associati alla semina e al raccolto in onore proprio di Chi Wara che secondo la mitologia di quel popolo sarebbe l'inventore dell'agricoltura. E poi vedo la mia prima maschera Kanaga, una maschera molto comune nelle danze Dogon, a forma di doppia croce, che dovrebbe rappresentare i tre elementi naturali: cielo, acqua e terra , e gli oggetti Tellem, un popolo che abitava la falesia prima dell'arrivo dei Dogon; numerosi sono i reperti legati alla storia delle mitica Djenné, ma la guida dice che molte antichità sono ancora oggetto del mercato nero. Una sezione del museo è dedicata ai tessuti: è un tripudio di disegni e colori; sono persino troppi da distinguere ed ammirare in una sola volta.

Maschera Chi Wara
Maschera Kanaga
Maschera Kanaga dal libro Il Dio d'Acqua

Sankum, la nostra guida Songhai, ci ricorda che è ora di andare, ci aspetta un giro per il mercato. Ma Bamako, il cui nome significa "Il fiume del coccodrillo", è tutta un mercato, ogni strada è piena di gente che vende e compra di tutto,  a volte si ritrova l'ordine dei mercati arabi: tutti i prodotti alimentari da una parte, i dolci dall'altra, le scarpe di qua ed i vestiti di là, la benzina (in bottiglia) su un banchetto ed i ricambi di motori sparsi per terra. Ma spesso c'è un po' di confusione e fra il traffico caotico di auto, pullman, motorini e biciclette trovi di tutto e tutto assieme; passiamo davanti al Gran Marché ricostruito in parte dopo l'incendio del 1993, e scendiamo lungo una larga via dedicata al riciclaggio. Nulla si butta, da auto e camion in demolizione si ricavano, carriole, contenitori, bracieri, recipienti per il mangime degli animali ed un sacco di altre cose. Sul lato opposto troviamo montagne di materassi, e subito dopo il settore delle macellerie, tutte "moderne", nel senso che un vetro divide le mosche interne da quelle esterne. Poi iniziano le bancarelle delle verdure, colori a non finire; e non ci fanno mancare il pesce secco, misto anche a serpentelli secchi, e proprio di fianco un banchetto di casalinghi (mestoli, grattugie per il formaggio e … perette per il clistere). Una "gran mama" prepara la crema di arachidi ed uno stuolo di ragazzini ci seguono incuriositi dalle nostre attrezzature da perfetto turista che "spreca fotografie" sul

Mercato a Bamako
Mercato a Bamako
Mercato a Bamako, bancarella del pesce secco

pesce secco. Il primo bagno di colori, odori e varia umanità che sono i mercati africani sta per finire: dobbiamo andare a pranzo.
Al ristorante il personale di sicurezza tiene a bada i venditori; che favola essere in pantaloncini e maglietta il 27 dicembre e mangiare all'aperto con le ventole che ti rinfrescano un po' dai 30 gradi dell'aria. Per fortuna il caldo è secco e quasi non si sente. Faccio il mio primo incontro con "le capitain", uno dei pesci più comuni nel Niger: mi servono un piatto proprio buono con pesce fritto guarnito di una certa salsina e con patate fritte di contorno. Se i pranzi saranno così,  le scorte alimentari portate dall'Italia non serviranno: troppo presto per dirlo.
Ripartiamo, anzi partiamo da Bamako, alla volta di Segou. La città è a circa 220 km a nord-est della capitale, sulla riva destra del Niger.
La strada prosegue diritta nella campagna sconfinata; in Africa sono le distanze a colpirti, le strade che continuano dritte per chilometri e non ne vedi la fine. Ogni tanto un piccolo villaggio, case basse, baracche e capanne, anche se enormi cartelli annunciano, cabine telefoniche, negozi di alimentari e posti di ristoro. Ma quello che colpisce è sempre la gente e soprattutto sono i bambini che, in particolare nelle zone rurali, hanno nell'arrivo dei turisti una vera e propria festa. Quante cose portano questa gente strana: biro, matite e

La strada per Segou
La strada per Segou
L'albero del Karite'

caramelle, ma anche fazzolettini di carta e salviettine profumate che si buttano dopo averli usati! E' troppo per chi è abituato a non sprecare niente ed a riutilizzare qualsiasi cosa.
Ci fermiamo in un villaggio bambara dove le donne lavorano le noci dell'albero del Karitè, detto anche albero del burro, perché dai suoi frutti si ricava un grasso vegetale, simile al burro di cacao, usato sia come grasso alimentare che come prodotto di bellezza.
Il villaggio sorge lungo la strada, attorno alla moschea di banko, un impasto di fango e paglia usato proprio per le costruzioni; anche le povere case circostanti sono di fango ed i primi granai, simili ai più noti granai dei Dogon. Ne troviamo tre costruiti all'interno di un recinto appartenente alla stessa famiglia, hanno forma circolare, sono sollevati dal suolo e hanno il tetto conico; una piccola porta di legno è l'unica apertura. Qui le porte sono di assi di legno liscio, ma i Dogon hanno l'usanza di scolpirle e renderle uniche.
Dove vedi una nuvola di bambini al centro ci sono Fabrizio e Simona; solo loro hanno il potere di conquistare la loro attenzione, certo con i regali che portano in abbondanza, ma anche con tanti giochi che li divertono tanto; io non ci riesco mi ci vuole qualche giorno per abituarmi alla miseria di questa gente, ai bambini scalzi e malvestiti, alla loro semplice felicità di fronte a noi

Piccola moschea di banko
Simona con un gruppo di bimbi
Ragazzi al mercato

"ricchi bianchi curiosi". Qualche bimbo ha il ventre gonfio, ci dicono non per malnutrizione ma per le varie infezioni intestinali, altri hanno infezioni agli occhi e al naso; qualcuno più sfortunato porta i segni della poliomielite: in Mali c'è un medico ogni trentamila persone e sicuramente la situazione diventa più difficile nelle zone lontane dalla città.
Partiamo dal villaggio e maciniamo ancora un po' di strada, siamo un po' in ritardo; in Africa è meglio non muoversi col buio, non tutti conoscono alla perfezione le regole stradali e quindi diventa pericoloso circolare dopo il tramonto. Facciamo solo una breve sosta per bere qualcosa in un altro villaggio e rincontriamo i variopinti pulmini del trasposto che avevamo già visto in Senegal. Incredibilmente pieni di gente sono anche stracarichi di merce e di animali: dei giovani stanno scaricando alcuni agnelli legati sul portapacchi fra cumuli di mercanzia, sembrano morti. No, sono solo svenuti dal caldo ed una volta a terra si riprendono, ma è meglio preoccuparsi delle persone…
Arriviamo all'hotel de l'Indipendance dopo il tramonto; l'albergo nella sua semplicità è accogliente. Lo gestisce una famiglia libanese e non è certo il grandhotel, ma lo consiglio a chi passa da Segou: è essenziale, ben curato e pulito; anche la cena che consumiamo in giardino è ben cucinata. Poi la stanchezza vince sulla curiosità e sulla voglia di conoscere meglio i compagni di viaggio: ci siamo meritati una bella dormita.

Un piccolo bus di trasporto pubblico
Animato villaggio lungo la strada
Hotel de l'Indipendence a Segou