Siria: la culla della civiltà

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27 dicembre

Nell'estate de 1994 William Dalrymple all'arrivo a Saydnaya fu meravigliato di trovare cristiani e mussulmani pregare insieme e scoprì come il monastero abbia avuto una immensa popolarità durante tutto il medioevo, svolgendo un ruolo di primaria importanza nella pietà popolare, sia in oriente che occidente, alla stregua di Lourder e di Fatima nei tempi moderni.
Percorriamo i 35 km che separano Damasco da Saydnaya di buon mattino e saliamo fino ai 1400 m di altitudine dove sorge il villaggio costruito attorno ad uno sperone roccioso innevato, disegnato dalle sagome degli edifici del convento e coronato dalla chiesa dedicata alla Vergine. Le origini del Santuario si perdono nella notte dei tempi. Alcuni fanno risalire la fondazione all'imperatrice Eudossia (+ 460), donna di grande cultura, dopo aver ritrovato a Gerusalemme un'icona della Madonna dipinta da San Luca; ma più probabilmente il Santuario è da far risalire al VI secolo, ad opera dell'imperatore Giustiniano I (+ 565). Secondo una graziosa leggenda, questi, impegnato in una campagna contro la Persia, durante una battuta di caccia, smarrì la strada rischiando di morire di sete. Intravide allora una gazzella che, dopo averlo guidato ad una sorgente d'acqua, sparì com'era apparsa. Giustiniano riconobbe in lei la Vergine e ordinò di costruire sul luogo un Santuario in suo onore. Il nome Saidnaya
significherebbe in lingua aramaica "Nostra Signora" ma anche "luogo della caccia", in ricordo della leggenda.
Saliamo al monastero ed entriamo dalla piccola porta che ha la doppia funzione di impedire l'accesso dei cavalieri e di imporre l'inchino devozionale. Il complesso è un dedalo di cortiletti, scale, edifici e passaggi coperti, un singolare disordine architettonico articolato su vari piani che culminano verso il cuore del complesso: la chiesa, dove regna un'atmosfera autenticamente bizzantina fra l'azzurro delle volte e l'oro delle icone, e soprattutto la minuscola cappella dove è conservata, dietro una grata di ferro ed un telo di seta, l'immagine miracolosa. Alla cappella si accede senza scarpe come impone un'iscrizione scolpita all'ingresso tratta dal libro dell'Esodo: "
Togli le scarpe dai piedi perché il luogo in cui ti trovi è terra santa". Tra i prodigi più insigni dell'immagine vi è l'essudazione di un liquido oleoso e profumato che si raccoglie sotto l'immagine e che le Monache di rito bizantino e di lingua araba, distribuiscono ai Pellegrini per la santificazione loro e la guarigione dei malati. Nel 1994 Suor Tecla confidò a Dalrymple che " i Musulmani vengono qui perché vogliono bambini…Nostra Signora ha mostrato il suo potere ed ha guarito molti di loro…questa gente ha parlato molto di Lei ed ora vengono più Mussulmani che Cristiani…Vengono a sera, fanno voto e poi le donne passano qui la notte…mangiano lo stoppino di una lampada che ha bruciato di fronte all'immagine, o forse devono l'olio santo. Poi al mattino bevono dalla fontana del cortile. Nove mesi dopo hanno il bambino". Anche noi cerchiamo la grazia e leghiamo un piccolo spago alla ringhiera della scalinata: sicuramente non per quanto sospirato dalle donne arabe!
Lasciamo il villaggio e percorriamo la strada attraverso un altopiano calcareo e semidesertico che si estende sotto le falesie alte oltre 1600 m e dopo 20 km circa raggiungiamo Maalula. Le case del villaggio sembrano appese alle roccia in un bizzarro disordine; la strada sale sopra al precipizio e si apre in una piazzetta davanti al convento dedicato ai Santi Sergio e Bacco. Entriamo attraverso una caratteristica porta (l'originale vecchia di duemila anni è conservata presso il museo-spaccio del convento) ed attraversiamo il cortile; ci accoglie  padre Tofeq, un Basiliano melchita (cattolici di rito greco), che ci accoglie nell'antica chiesa e ci spiega come essa fosse un tempio pagano, di cui rimangono antichi capitelli, poi convertito in chiesa cristiana dedicata ai martiri Sergio e Bacco, legionari romani del VI sec. Accusati come cristiani, furono condotti al tempio di Giove e costretti a sacrificare; si rifiutarono e furono condannati al martirio. Bacco morì sotto i colpi di una cruenta flagellazione nel castrum di Barbalisso; Sergio fu costretto a camminare con i chiodi conficcati nei piedi per i castra di Saura, Tetrapirgio e Rasapha, dove poi fu decapitato. La chiesa è a pianta centrale sormontata da una bella cupola con travi in legno datate con il carbonio 14 a due millenni fa; l'iconostasi, che funge da tramite tra il mondo terreno del peccato e quello spirituale del sacro, è ornata da stupende e preziose icone mentre l'altare semicircolare con i bordi rialzati conserva l'aspetto di un'ara sacrificale pagana, ma senza foro di scolo e quindi realizzato fra il martirio dei santi (ca 307 d.C.) ed il concilio di Nicea del 325, durante il quale questo tipo di altare fu proibito. Ma la comunità di Maalula conserva anche un altro primato: i suoi abitanti parlano ancora l'antico dialetto siriano, chiamato aramaico occidentale, la lingua in uso in terra santa ai tempi di Gesù e nella quale furono scritti due libri della Bibbia.
Ci congediamo da padre Tofeq, con la suggestiva recitazione del Padre Nostro nella lingua di Gesù, quindi facciamo una sosta al posto di ristoro del convento e ci dirigiamo a piedi un po' più a valle. Qui si apre una stretta gola che separa i due picchi rocciosi che dominano il villaggio di Maalula; la tradizione popolare vuole che il passaggio si sia aperto per intervento divino per consentire a Santa Tecla, convertita dalle predicazioni di San Paolo nella città di Konya in Turchia, di sfuggire al padre pagano che l'aveva sottoposta ad ogni tipo di persecuzione. Si racconta che la Santa si ritirò in una delle grotte che tormentano le alte pareti di roccia, vivendo da perfetta eremita. Gli abitanti della zona cominciarono ben presto a conoscere e a rispettare questa donna giovane, insolita e coraggiosa, che testimoniava e predicava un Dio d'amore così diverso dalle divinità pagane. Tecla convertì molti di loro, battezzandoli con l'acqua della sorgente vicino alla quale si era rifugiata; morì ultra novantenne e venne sepolta nella grotta attorno alla quale è sorto il famoso convento dove le suore ortodosse si occupano dell'assistenza alle orfane. Una serie di scale e terrazze consentono di visitare il complesso di edifici posti su diversi livelli. Oltre il cortile e la chiesa bizantina di recente costruzione, la parte più suggestiva è quella superiore dove una grotta a picco sul panorama, funge da vestibolo al reliquiario della santa, scavato nella roccia. Dalla terrazza, un solenne albicocco allunga la chioma verso il sole, dissetato dall'acqua miracolosa che scende dal soffitto in una piccola conca: "
Prega con fede e bevi fino all'ultima goccia", dice un cartello, vicino alla tazza di metallo: e sono in tanti ad accettare l'invito.
Una moderna strada solca il deserto e si dirige verso oriente ed il confine iracheno. Percorriamo circa 160 km costeggiando il Gebel ash Sharqui, poi la via si interseca ad Al Basiri con la carrozzabile che raggiunge Bagdad e la ferrovia che da Homs serve le cave di fosfato. Qui c'è il Bagdad Cafè un piccolo punto di ristoro beduino con te alla menta e tanti oggetti d'artigianato. Ormai Palmira, è a pochi chilometri ed improvvisamente, superata una gola fra le montagne, la regina del deserto emerge dalle sabbie addossata ad una verdeggiante distesa di palme ed olivi. La strada procede fra le imponenti rovine, facendoci sussultare dalla meraviglia. Per la notte siamo sistemati all'accogliente Villa Palmira Hotel (anche se le camere dovrebbero essere un po' di più riscaldate nei mesi invernali).

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