Siria: la culla della civiltà

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28 dicembre
La prima notizia su Palmira, che in lingua semitica si chiamava Tadmor, si trova in una tavoletta assira scritta in caratteri cuneiformi trovata a Kultepe in Cappadocia e risalente agli inizi del II millennio a.C. Nel 18° sec. a.C. la città è menzionata nell'archivio di Mari e di essa si parla anche nel libro dei Re. La città fu molto prospera grazie alla sua privilegiata posizione geografica, incrocio delle vie commerciali che univano l'Oriente all'Occidente, e alla sorgente dell'Efqua che sgorgava da Djebel Muntar, a sud ovest del luogo in cui la città fu costruita. Tappa obbligata tra l'Eufrate e il Mediterraneo, Palmira era strategicamente situata alla frontiera delle due potenze rivali: i Parti e i Romani. Nel 129 d.C  l'imperatore Adriano visitò la città riconoscendola come "città libera" e interponendo, in questo modo, uno stato fra i Persiani e le sue legioni.  Alla fine del I sec. con la scomparsa della concorrente Petra, la città gode di nuovi favori: Caracalla la proclama "colonia romana", titolo molto ambito poiché la esonerava dal pagare le imposte. Nel III secolo la Persia ridiventa per Roma un grosso pericolo. Nel 260, addirittura, l'imperatore Valeriano viene fatto prigioniero dai Sassanidi. L'insieme di questi avvenimenti favoriscono l'ascesi di Odenato, sposo di Zenobia, che aveva ottenuto dallo stesso Valeriano il titolo di Governatore della Provincia di Siria e Fenicia. Le fonti scritte riportano che Odenato respinge le truppe sassinide nell'attuale Iraq; riconoscente per l'impresa, l'imperatore Galliano lo proclama Generale in capo delle Armate Orientali. Alla fine del 267 d.C. Odenato e suo figlio, erede al trono, sono misteriosamente assassinati. Zenobia prende in mano il potere e il governo delle armate in nome del figlio minore Whaballat. Tre anni dopo la regina, una donna coraggiosa e risoluta che vantava una discendenza da Cleopatra, conosceva il greco, il latino e l'egiziano, si impadronisce di tutta la Siria, conquista il Basso Egitto e lancia le sue truppe attraverso l'Asia minore fino al Bosforo. Sfidando Roma oltre ogni misura, Zenobia e suo figlio si proclamano "augusto" e coniano moneta. Contro di lei si muove Aureliano, intenzionato a porre fine al tentativo di Palmira di creare un regno indipendente, e, dopo un assedio durato varie settimane la città soccombe all'assalto. Zenobia riesce a fuggire e, in groppa ad un dromedario si dirige verso est sperando nell'aiuto dei Sassanidi, ma viene raggiunta e fatta prigioniera. Aureliano festeggia il suo trionfo portando a Roma Zenobia come trofeo. Sulla sua sorte una volta a Roma, le fonti sono divergenti: secondo alcuni Aureliano la fece decapitare dopo il suo trionfo; per altri invece Zenobia terminò i suoi giorni a Tivoli, in un esilio dorato. Da capitale di un fiorente regno, Palmira viene ridotta a roccaforte siriana: viene innalzata una cinta di mura più piccola di quella dei tempi di Zenobia e sotto Diocleziano (293-303 d.C) vi viene istallata una guarnigione militare. Palmira non ritroverà più il suo splendore, e viene praticamente ignorata in tutte le fonti. 
Nel 1678 alcuni mercanti inglesi, avendo sentito i racconti degli arabi che narravano dello splendore delle rovine situate nel deserto, decisero di tentarne la scoperta. La prima spedizione fallì, ma la seconda ebbe buon esito. Intorno alla metà del '700 Robert Wood e Stephen Dawkins pubblicarono alcuni blocchetti di schizzi che stupirono gli ambienti scientifici e artistici dell'epoca, influenzando il movimento neoclassico in Inghilterra. Wood, che vide Palmira il 14 marzo del 1751, scriveva: "
Scopriamo tutto a un tratto la più grande quantità di rovine, tutte di marmo bianco, che avessimo mai visto; e dietro tali rovine, verso l'Eufrate, una distesa di terreno piatto, a perdita d'occhio, senza il minimo oggetto animato".
Iniziamo la visita di buon mattino dall'arco monumentale: la grande via colonnata, che collegava il tempio di Baal  al Tetrapilo, costituiva l'orgoglio della città, motivo di stupore per i mercanti che giungevano da contrade lontanissime. Tra i monumenti posizionati lungo il grande colonnato notiamo il Tempio di Nebo, divinità babilonese della scrittura e della scienza e le terme di Diocleziano, indicate da quattro alte colonne di granito. Sulla sinistra raggiungiamo poi un piccolo edificio con i resti di una gradinata a ferro di cavallo, forse la sede del Senato, dove fu rinvenuta la stele, ora all'Ermitage di Leningrado, con le celebri tariffe di Palmira. Si tratta di un testo in palmireno e greco che modificava una legge fiscale di Roma, nell'epoca in cui il commercio cittadino era in crisi (137 d.C.). Raggiungiamo quindi il vasto spazio pubblico dell'agorà concepita come un edificio unitario con un ampio porticato; accanto alla piazza c'era la sala dei banchetti dove i membri delle confraternite religiose usavano tenere i banchetti rituali dopo le cerimonie. Ritornando verso la via colonnata entriamo nel Teatro del II secolo d.C. molto ben conservato. Il retro della scena, che assomiglia alla facciata di un palazzo, si affaccia sulla via colonnata, le gradinate sono in buona parte originali e dalla loro sommità si gode un bella vista su tutta l'area delle rovine di circa 50 ettari. Proseguendo verso il Tetrapilo incontriamo una fila di otto colonne, due delle quali sostenevano, sulle mensole, la statua di Zenobia e del consorte Odenato. Del Tetrapilo restano solo i quattro massicci elementi a quattro colonne ciascuno, quasi completamente rifatte; qui l'assedio dei cammellieri si fa pressante e così io e Marco cediamo alla tentazione e saliamo su due bei dromedari che ci portano fino al tempio di Baal-Shamin, proprio di fronte all'hotel Zenobia. Sul primo c'è da dire che era forse dedicato al dio della tempesta Hadad, forse Giove, sul palazzo coloniale ad un piano che ospita l'hotel circola invece un'intrigante leggenda. Negli anni Venti del secolo scorso era gestito dalla ex segretaria di Lawrence d'Arabia, Margherita, che, dopo aver sposato un conte francese tanto spiantato da ridursi a fare l'elettricista a Palmira, lo aveva fatto fuori, fulminandolo, per potersi accasare con il proprietario dell'albergo, poi ucciso anche lui per scialacquarne l'eredità in compagnia di un bel cammelliere irakeno. La dinamica contessa tentò in seguito di raggiungere la Mecca infiltrandosi tra i pellegrini musulmani ma, scoperta e arrestata per oltraggio alla fede, fu rispedita in Europa dove fece la spia per i nazisti. Nella camera 102 dell'hotel dormì anche Agatha Christie… ma interrompiamo il gossip palmireno e ridiamoci un tono più sobrio con la visita della Valle delle tombe. Visitiamo la tomba di Elhabel, governatore della città nel 104 d.C., una tomba a torre alta quattro o cinque piani: il pianterreno era il più importante e più bello, riservato alla sepoltura del proprietario e dei famigliari; i loculi del sotterraneo e dei piani superiori venivano venduti. La seconda tomba, l'Ipogeo dei Tre Fratelli, fu costruita con il chiaro intento di lucrare sulla vendita dei loculi che, per guadagnare spazio, prevedevano persino la sepoltura su di un fianco. Nella tomba sotterranea che costa di quattro sale disposte a T rovesciata si contano così 390 nicchie tombali assegnate a vari palmireni nel corso del  III secolo d.c. ed oggetto in seguito di varie transazioni. La maggior attrattiva della tomba sono gli affreschi con le storie di Achille e della guerra di Troia che si trovano nell'esedra di fondo.
La rovina più completa e imponente di Palmira è rappresentata dal Tempio di Baal, la divinità principale del pantheon di origine babilonese. Passato l'ingresso attuale, nei pressi della porta laterale attraverso cui entravano gli animali per i sacrifici, siamo subito sopraffatti dalla vastità e dall'imponenza di questo tempio che a distanza si vedeva scintillare per l'oro che lo ricopriva. Il tempio, costruito intorno al 32 d.C., consiste in un cortile di 220 m di lato racchiuso da una cinta muraria e, al centro, dalla cella del tempio vero e proprio. Qui, duemila anni fa, ogni anno, il primo giorno di primavera, iniziava un rito che durava sette giorni; nell'ultimo giorno venivano sgozzati gli animali e un fiume di sangue riempiva il canale di scolo, profondo più di due metri. Dopo aver visitato il sito, da un punto sopraelevato ammiriamo uno splendido panorama dell'oasi: un susseguirsi di palme e di olivi.
Risaliamo sul pullman, giriamo attorno al palmeto e saliamo sul monte del castello arabo Qaalat Ibn Maan in fase di restauro, nella fredda brezza della sera. Siamo però alla fine ricompensati dalla magnifica vista che si può godere del complesso delle rovine nella calda luce del tramonto e del palmeto in cui è immerso il villaggio abitato. Scattiamo foto a raffica.
Ma è ancora presto! Cosa c'è di meglio che sorseggiare un te alla menta ai tavolini del Palmira Restaurant di fronte al museo archeologico ed assistere alla bizzarra odissea dei turisti di Avventure nel Mondo alla ricerca di una sistemazione per la notte?
La giornata termina con una serata beduina, tanto tipica da essere persino ripresa da una non meglio precisata troupe televisiva; chissà, ora un canale TV sta trasmettendo le nostre facce incuriosite da un vecchio beduino che suona la sua lamentosa
rababa dall'unica corda.

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