Siria: la culla della civiltà

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29 dicembre
Fra insediamenti agricoli e basi militari, la strada corre per 160 km da Palmira a Homs, un'animata città di circa mezzo milione di abitanti situata in una zona fertile e ben irrigata, punto di partenza per una immancabile escursione al Krak dei Cavalieri. Il maestoso forte, perfettamente restaurato dai francesi, si trova su una altura di 750 metri, e domina il passo, strategicamente determinante, che divide il Mediterraneo dalle città dell'entroterra.
Arroccato su di una montagna costantemente sconvolta e modellata dai venti e che strapiomba vertiginosamente su tre lati, il Krak, sia per il suo modello costruttivo sia per la particolare collocazione geografica, per lungo tempo fu il più inespugnabile dei castelli crociati in Terra Santa. E non si può non ricordare il commento di un giovane visitatore dei primi del '900 meglio noto come Lawrence d'Arabia : "…
è questo forse il più meraviglioso dei castelli del mondo…".
Costruito nel 1033 dall'emiro curdo di Aleppo era per questo noto fra gli Arabi con il nome di Hisn al Akrad, o Fortezza dei Curdi. Nel 1110 la fortezza fu conquistata da Tancredi d'Antiochia che successivamente,nel 1142, la cedette all'ordine dei Cavalieri di Malta gli unici che erano in grado di far fronte alle enormi spese di mantenimento di questa grande fortezza.
I Cavalieri tennero il castello per 130 anni durante i quali lo ristrutturarono e ampliarono in continuazione fino a diventare la più potente fortezza del medioriente.
Nei periodi di necessità la fortezza poteva ospitare fino a duemila persone: 200 cavalieri con la servitù e 1500 soldati. Le ripide pareti esterne, i tortuosi e possenti corridoi interni nonché i vari livelli del forte
in cui era articolata la difesa danno l'idea di quanto fosse difficile impossessarsi della fortezza tanto che i vari tentatitivi di Nureddin prima e di Saladino dopo, non riuscirono ad avere la meglio. Solo nel 1271 il sultano Baybars riuscì a conquistare la fortezza con l'inganno permettendo ai cavalieri di ritirarsi a Tripoli.
Quel che si vede oggi é il risultato di numerose aggiunte e modifiche che sono state apportate nei secoli dagli eserciti conquistatori. La fortezza è strutturata in due parti: una centrale dove erano presenti gli alloggi dei cavalieri, dei soldati e i locali di servizio: la seconda parte, la rocca superiore, era composta dalla spessa cinta di mura con i locali adibiti alla difesa della fortezza. Le due parti erano divise da un largo fossato. Questa divisione non è evidente dall'esterno visto che non esistono punti più alti da cui vederne l'interno, quindi chiunque riuscisse a superare la cinta muraria si trovava davanti un largo fossato esposto al tiro dei difensori.
Il freddo è quasi insopportabile e a mala pena sopportiamo le numerose correnti che percorrono la lunga rampa d'ingresso con varie curve e  aperture del soffitto da dove i difensori potevano scaricare olio e pece bollente contro gli eventuali attaccanti. Alla fine della rampa arriviamo nell'unico punto dove è visibile ancora il fossato interno. Da qui saliamo al passaggio sopra le mura esterne sul lato sud: camminando lungo questo passaggio, anche se il cielo non è dei migliori, possiamo ammirare lo stupendo panorama della valle sottostante. Raggiunto il lato nord delle mura possiamo vedere la torre chiamata della figlia del re e scendiamo nella sede dell'originale fossato per raggiungere l'ingresso originale alla rocca. Questo era collegato alle mura esterne da un lungo ponte levatoio che ora non esiste più. Il cortile della rocca superiore è occupato all'estremità ovest da un bel portico in stile gotico francese dietro del quale è presente la sala dei cavalieri, che prende luce da tre finestre sopra il portico. All'interno si trova una grande sala che occupa tutta l'ala ovest della rocca superiore e molto probabilmente era utilizzata come dormitorio per i soldati; adiacenti sono i depositi di vino e olio ed il forno. Nella parte più a nord del cortile è la cappella in seguito trasformata in moschea con il suo minbar. Sempre dal cortile, una scala sul lato occidentale porta al piano alto della rocca. Da qui saliamo all'alloggio del Gran Maestro all'interno di un torrione sull'angolo meridionale. Da questo punto si gode di una vista stupenda della pianura sottostante.
L'arrivo ad Aleppo a metà pomeriggio è annunciato dall'intensificarsi del traffico di una città che raggiunge quasi i tre milioni e mezzo di abitanti. Aleppo è la seconda città per importanza dopo la capitale e sorge in una regione tra l'Oronte e l'Eufrate sulle rotte dei traffici tra Asia e Mediterraneo. Conquistata, distrutta e ricostruita più volte, dopo essere stata capitale del potente regno di Yamkhad nel II millennio a. C., la città è stata un cruciale punto di passaggio:  carovane e invasori, tutti sono passati di qui, alla volta dei quattro angoli del mondo. Ancora adesso è un importante snodo commerciale e la forte presenza di mercanti europei ha conferito ad alcune strade un aspetto che ricorda vagamente le città occidentali.
Ma ciò che agli occhi di noi occidentali rende più interessante Aleppo è che la città è una vera e propria babele del cristianesimo. Non dipende solo dall'antica discendenza aramaica e cristiana della Siria ma dal fatto che la città, per la sua vicinanza alla Turchia, è diventata rifugio dei cristiani cacciati in massa da Istambul e dall'Armenia. Tre dei cinque patrarchi di Antiochia, città dove è nato il cristianesimo, stanno ad Aleppo. Caldei, greci, armeni, siriaci, cattolici, ortodossi, nestoriani: "
i resti di un mondo plurale da sempre diviso, illuminato da roghi, terremotato da eresie, scomuniche, fanatismi e guerre dottrinali, qui si ritrova unito in esilio, in una miracolosa polifonia della fede". Cinquanta chiese nel solo centro storico: una ventina di confessioni in tre chilometri quadrati!
Arriviamo al suq prima del tramonto e ci buttiamo in quel labirinto di 12 km, immerso in un fiume di folla vociante. Sete colorate e lana grezza, gioielli luccicanti e vecchie lanterne, tovaglie ricamate e pentolame, kefie, abeyya e biancheria intima dai colori sgargianti, spezie, ceste di pistacchi che sembrano petali di rosa, sapone all'olio d'oliva e pecore dentro scatoloni di cartone... qui il commercio passa attraverso il rito del tè, e nelle strette vie coperte si sposta su ruote e su asini. Stretti vicoli perpendicolari fra loro immettono in moschee o madrasse ormai inutilizzate, in caravanserragli, in botteghe raggruppate in
qaysarie  Alla sinistra del suq  al Attarin sorge la Grande Moschea ricostruita da Nur ad Din nel 1169 sul precedente edificio dell'VIII secolo dovuto agli Omayyadi: la moschea riaprirà domani dopo un periodo di chiusura per restauri, ma eccezionalmente ci fanno entrare nel cortile pulitissimo e rilucente di marmi lucidati a nuovo. Di fronte alla moschea si trova la madrassa Halawiyya, che ingloba i resti dell'antica cattedrale bizantina di Aleppo, costruita per ordine di Sant'Elena, madre di Costantino e poco lontano un vicolo conduce al Kha an Nahasin, dove i Veneziani avevano il loro funduq, cioè il deposito delle merci ed al tempo stesso albergo.
Continuiamo la visita dei suq al Hibi e al Zarb dedicati alla vendita dei tessuti e passiamo nel Kan al Wazir costruito in epoca ottomana (XVII sec.) per raggiungere, sulla sommità di un altura, la Cittadella
, che, illuminata scenograficamente, domina l'intera città su cui sta calando la notte.
Ci sistemiamo all'hotel Mirage Palace, meglio conosciuto come Amir Palace, proprio a ridosso del centro storico, ma la mia mente corre al ben più famoso Baron's Hôtel: cent'anni di avvenimenti e di personaggi, da Lawrence d'Arabia ad Agatha Christie, da Charles Lindbergh a Theodore Roosvelt. da Pasolini a Freya Stark, scorrono sul palcoscenico di quello che fu l'albergo più elegante del Medioriente, tanto da essere persino il soggetto un libro scritto da Flavia Amabile, Marco Tosatti (I baroni di Aleppo). Gli autori raccontano la storia di tre generazioni della famiglia armena Mazloumian, protagonista della vita del Baron's, dalla fuga davanti alle bande ottomane e curde, all'attualità della Siria di oggi, sullo sfondo il primo genocidio pianificato di questo secolo, quello del popolo armeno.
Seguo il consiglio di Dalrymple e con Elio, Lisco ed alcuni altri del gruppo raggiungo l'hotel ora impegnato in una difficile battaglia per la sopravvivenza. Ci sistemiamo nel salotto a sorseggiare un te e scorgiamo nella teca di vetro il conto non pagato di "monsieur T.E. Lowrence" dell' 8 giugno del 1914. "…
la decorazione, intatta dagli anni '20, è così intrisa dell'oriente del periodo tra le due Guerre che si può quasi sentire il fruscio degli abiti lunghi delle signore e dei morbidi completi tropicali riecheggiare dalla sala da ballo, ora in rovina e silenziosa."
Insomma, è certamente un po' in decadenza, ma ha un fascino unico ed indimenticabile, carico, questo sì, di atmosfera.

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