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30 dicembre
Siamo diretti a nord di Aleppo verso la regione arida delle cosidette "città morte" poiché abbandonate dagli abitanti dopo il violento terremoto del 1170 che deviò il corso del fiume obbligando le popolazioni ad emigrare. In questa zona visse un eremita, San Simeone che predicò per 40 anni dall'alto di una colonna alta, si dice, 17 metri. Figlio di un pastore della Cilicia, Simeone era stato un giovane di grande saggezza e di vivo spirito. Entrò nel monastero di Tel Ada, ma le sue penitenze spaventarono i suoi compagni monaci, che lo congedarono. Si ritirò sui monti, calandosi in una cisterna asciutta. Trattone fuori a fatica, si portò nell'entroterra di Antiochia. La colonna sulla quale finalmente si ritirò, sulle montagne presso quella città, era dapprima alta pochi metri. Crebbe via via che cresceva il numero dei fedeli, dei pellegrini e dei curiosi che venivano a visitare l'eccezionale penitente. Perfino gli Imperatori romani ricorsero al suo consiglio e alle sue preghiere. San Simeone fuggiva il mondo, allontanandosene in direzione verticale; ma il mondo correva lo stesso dietro a lui che restava solo in cima alla colonna sopra un fusto formato da tre rocchi, simbolo della Trinità. Quando non pregava predicava alla folla che accorreva sotto la colonna; dava consigli e ammaestramenti, consolava e ammoniva. I pellegrini giungevano da ogni parte del mondo, e non soltanto dai paesi cristiani. Popoli come i Persiani, i Medi, i Saraceni, gli Etiopi, gli Sciti, tradizionalmente portati alla vita contemplativa, ammirarono e onorarono quel personaggio straordinario, che fece tra i pagani numerose conversioni. Quando morì, nel 459, proprio i Saraceni accorsero in armi per impadronirsi delle sue reliquie. Dovette intervenire il Prefetto militare di Antiochia per ristabilire l'ordine, tra una moltitudine di devoti accorsi ai piedi della colonna. Più tardi per onorare il Santo ed accogliere tutti i pellegrini che giungevano a visitare il luogo dove aveva vissuto, l'imperatore Zenone fece costruire una splendida Basilica. A partire dal X secolo il complesso fu poi gravemente danneggiato da un terremoto e trasformato in cittadella fortificata. La giornata è eccezionalmente serena e chiara e un sole quasi tiepido ci accompagna alla visita della grande Basilica a croce greca: l'edificio è costituito da quattro chiese unite al centro da un grande ambiente ottagonale, una volta coperto a cupola, al cui centro si trovava la colonna. Di questa non rimane quasi più nulla: i pellegrini l'hanno portata via tutta pezzetto dopo pezzetto in quasi 1500 anni di pellegrinaggi. Passeggiamo tra i resti del monastero, percorriamo la via sacra in processione come facevano gli antichi pellegrini ed arriviamo al battistero da cui si gode una magnifica vista sulla vallata del fiume Afrin. Ci congediamo dal santo stilita con un bel te caldo alla caffetteria di fianco alla biglietteria e ritorniamo ad Aleppo. Alla Cittadella accediamo dal monumentale ponte ad archi che attraversa il fossato fatto scavare da az-Zahir Ghazi. Questo ponte inizia da una torre ottomana costruita nel cinquecento ed arriva alla grande porta monumentale del 1211 modificata successivamente dai mamelucchi. Attraversata la porta passiamo attraverso altri tre portali e cinque corridoi tutti a gomito con caditoie sul soffitto, per poter far cadere olio bollente, e feritoie sulla parte alta delle pareti per poter colpire, da postazioni riparate, eventuali invasori. La collinetta, che domina la città da circa 50 m di altezza, fu abitata fin dal primo millennio a, C. dai neo-Ittiti dei quali Aleppo era la capitale. Fu fortificata In epoca seleucide (dopo il 330 a.C. fino al 69 a.C.) e dal 945 d.C. divenne residenza reale della dinastia sciita degli hamdanidi che la trasformarono in un magnifico palazzo gravemente danneggiato da un terremoto nel 1157 d.C. La ricostruzione attuale si deve ai mamelucchi dopo le gravi danni provocati da Tamerlano durante l'invasione mongola. L'interno della Cittadella è in gran parte distrutto: visitiamo la cisterna bizantina e la celebre Moschea di Abramo fatta costruire nel 1167 da Nureddin sopra una precedente chiesa bizantina. La leggenda narra che Abramo, dopo aver saputo che Sara era incinta, si fermò in questo luogo e munse la sua mucca rossa; questa dette tanto latte da dissetare tutto il popolo. In arabo halab significa mungere e shahaba vuol dire rossa: da qui "Aleppo, la rossa". Poco più in alto sorge la Grande Moschea fatta costruire nel 1213 da az-Zahir Ghazi. Ha un alto minareto quadrangolare da cui la vista sulla città spazia fino alle campagne circostanti. Visitiamo poi i bagni del palazzo del sultano al-Aziz Mohammad ed attraversiamo il bellissimo portale a forma di conchiglia, costruito con arenaria chiara e basalto scuro, per concludere con la sala del trono decorata con ricchi soffitti trasportati da alcune residenze di Damasco in sostituzione degli originali andati perduti. Raggiungiamo ora il quartiere armeno nel cuore della città vecchia; la bellezza di quelle che erano le case dei mercanti rivive oggi nei ristoranti, difficili da scoprire nel labirinto di vicoli lastricati in pietra e spesso sormontati da porticati. Pranziamo in uno di questi ristoranti: le facciate spoglie non lasciano affatto immaginare la ricchezza dei cortili interni, adornati e rinfrescati da lussureggianti fontane. Poi raggiungiamo la chiesa di rito ortodosso dei 40 caduti con tante belle icone, dove il pope ci canta una preghiera per il viaggiatore ed un inno usato durante i matrimoni. E quello che rimane del pomeriggio è dedicato allo shopping: i negozianti sono gentili ma bisogna contrattare e questo fa parte del gioco. Le merci non hanno un prezzo fisso, esso oscilla entro una fascia di valore all'interno della quale bisogna pazientemente stabilire qual è il prezzo giusto per il venditore ed il compratore in quel determinato frangente. Ora, condizioni atmosferiche, andamento degli affari e interesse del compratore sono i parametri della contrattazione.
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