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1° gennaio 2006
Il primo giorno del nuovo anno è dedicato interamente a Damasco: dopo la serata di San Silvestro trascorsa in un tipico caravanserraglio trasformato in ristorante nel quartiere di Bab Tuma (Porta di San Tommaso), la sveglia arriva clemente alle 8.30. Il primo appuntamento della giornata è al museo archeologico la cui facciata un tempo era l'entrata del Qasr al-Hayr al-Ghabi, un'antico castello. All'interno c'è una magnifica esposizione permanente di oggetti vari: documenti del XIV secolo a.C. scritti nell'alfabeto di Ugarith, il più antico del mondo, statue di Mari risalenti a 4000 anni fa, marmi e statue di terracotta rinvenuti a Palmira, armi antiche, strumenti chirurgici ritrovati in vecchie tombe, Corani del XIII secolo provenienti da Hama; è persino ricostruita la sinagoga di Dura, con affreschi di inestimabile valore. La visita al museo necessiterebbe quasi mezza giornata, ma decidiamo di procedere e raggiungiamo a piedi il centro storico, percorrendo più o meno a ritroso la strada fatta la prima sera: le strade sono ora irriconoscibili, animate da centinaia di persone che si aggirano fra i negozi del suq affollatissimi; donne velate si aggirano nelle strade in mezzo ad altre signore vestite secondo la moda occidentale; strombazzanti automobili cedono il passo a più lenti carrettini, moderni apparati tecnologici affiancano curiosi ed antichi rimedi. In pochi minuti raggiungiamo la madrassa Aziziyah che ospita il mausoleo di Saladino, morto nel 1193 e sepolto in un primo tempo nella cittadella. La madrassa confina proprio con la Grande Moschea degli Omayyadi che raggiungiamo attraversando un colonnato bizantino. Entriamo nel grande cortile dalla porta nord, Bab al Amarah, e ci colpisce la solenne grandiosità dell'edificio. Davanti a noi è la Cupola dell'Abluzione affiancata dai candelabri di Bayram; appena dietro il così detto "transetto" della sala di preghiera, sormontato dalla cupola dell'Aquila. Due minareti affiancano la cupola a est e ad ovest: il primo è il minareto di Gesù attraverso il quale, secondo la tradizione islamica, Cristo tornerà sulla terra prima del Giudizio Universale per sconfiggere l'Anticristo; il minareto occidentale è quello del sultano Qayt Bay, eretto nel XV secolo e affacciato sul suq al Hamidiya. Il terzo minareto minareto della moschea, quello della Sposa, sta sopra alle nostre teste. Percorriamo tutto il porticato verso occidente, ammiriamo i preziosi mosaici che rappresentano fogliami, alberi ed edifici con colorazioni predominanti di verde ed oro; i soggetti sono molto vari ma escludono la figura umana. Su questo lato del cortile si innalza un piccolo edificio su colonne chiamato la cupola del tesoro (Bayt al Mal) in quanto vi venivano tenuti i beni della comunità. Entriamo nella grande sala di preghiera e ci impressiona la vastità dell'edificio a tre navate divise da colonne: quasi tutte le volte e le decorazioni sono state rifatte in seguito al grave incendio che ha distrutto la moschea nel 1893, mentre la presenza di una specie di transetto dimostrerebbe come il califfo Al Walid nel VIII secolo si sia servito di maestranze bizantine per la costruzione della moschea. L'unico elemento di discontinuità nella grande sala, oltre al mihrab e al minbar (rispettivamente una piccola abside rivolta verso la Mecca ed il pulpito per la preghiera) è sicuramente il grande cenotafio di San Giovanni Battista, davanti al quale si è recato a pregare anche Giovanni Paolo II. Secondo la tradizione la testa del Santo era conservata nella cripta della chiesa bizantina che sorgeva proprio in questa area; quando il califfo Al Walid fece costruire la moschea, la preziosa reliquia fu posta in un sepolcro di legno, poi sostituito da quello attuale di marmo. San Giovanni Battista, col nome di Yahia, è venerato dai mussulmani come uno dei profeti che, al pari di Gesù, precedettero la venuta di Maometto. Il luogo mi affascina ed emoziona allo stesso tempo: sarà perché rappresenta un punto di contatto fra le due grandi religioni monoteistiche da cui partire per un futuro di dialogo e non di scontro; sarà perché più semplicemente mi trovo a pregare davanti a questa tomba, con altri cristiani e altrettanti mussulmani, ed in questo momento le differenze ed i contrasti che qualcuno vuole montare e sviluppare fra di noi mi sembrano davvero esagerati e meschini. Lasciamo questo luogo magico a malincuore e ritorniamo nel cortile percorrendo il porticato ad est, affacciato sulla Cupola dell'Orologio, e ritorniamo alla porta da cui siamo entrati. La nostra prossima tappa è il Palazzo Azem, eretto dal governatore ottomano Assad Pasha attorno al 1750. Per raggiungerlo attraversiamo ancora le animate stradine del suq: il palazzo ospita ora il Museo delle Tradizioni e delle arti popolari e costituisce un interessante carrellata degli usi e costumi della vita dell'alta società damascena dei secoli XVIII e XIX. Gli edifici sono arricchiti da decorazioni ed elementi architettonici portati da altre nobili residenze di Damasco, ed anche il giardino è abbellito da fontane e giochi d'acqua. E' arrivato comunque i momento più atteso: la "libera uscita" per le vie del suq, un tuffo nel dedalo di stradine che si dipartono da Al Hamidiya e, seguendo il tracciato ortogonale, della vecchia città romana, sbucano nella Shari Madhat Pasha, che coincide con la note Via Recta, l'antico decumano. Broccati, sete, tappeti, ricami, oggetti di ottone intarsiati, vetri soffiati, cofanetti e suppellettili intarsiati e ornati di madreperla e avorio, ma anche dolci, fratta candita e le famose albicocche di Damasco: come resistere a tutto questo spinti anche dal fatto che la merce per noi costa davvero pochissimo. E allora andiamo all'attacco e spendiamo fino all'ultimo centesimo: basta conservare solo 200 lire siriane, serviranno per il visto d'uscita, domani all'alba: anche questa breve ed intensa avventura in Siria sta per finire.
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